Fuori dai Binari Torino - COMING OUT ATTO POLITICO
Fuori dai Binari Torino - COMING OUT ATTO POLITICO

Il primo coming out day risale al 1988: siamo negli Stati Uniti, in occasione dell’anniversario delle seconda marcia nazionale di Washington per i diritti LGBTQIA+. Sono trascorsi ventun’anni: cosa rappresenta il coming out oggi e perché è ancora importante? Quali sono i dubbi, le aspettative e le difficoltà di chi lo affronta?

Questo termine viene, solitamente, utilizzato per indicare il rivelare qualcosa ritenuto poco gradevole, poco accettato e non conforme ai tradizionali canoni sociali. Eppure dichiararsi è un atto spesso dettato da una sorta di desiderio di “normalizzazione sociale” dell’individuo: il voler celebrare il proprio essere alla luce del sole, senza vergogna e senza essere percepit* come persone “socialmente anormali o eccentriche”. Ma nonostante i buoni propositi non sempre tutto fila liscio, poiché dal coming out non sappiamo bene cosa aspettarci.

COMING OUT: UNO O MOLTI?

La progressiva attenzione, anche mediatica, che negli anni è stata dedicata a questo argomento, sia da addett* ai lavori che in ambiti più generalisti, ha creato dubbi e aspettative. Spesso, infatti, i media trattano il coming out come atto assoluto e auto-conclusivo, la svolta della vita, mero racconto di se stess* alle altre persone: ma è davvero così o è solo questo?

Innanzitutto non è detto che il coming out sia un momento unico e totalizzante: basti pensare al fatto che è molto frequente viverne di molteplici, con persone differenti, in più momenti e in circostanze diverse – ad esempio come persona Mtf o FtM prima e poi come persona non binaria o, magari, affrontando in un primo momento gli aspetti legati all’orientamento e in un secondo all’identità di genere che, come sappiamo, sono due concetti ben distinti.

Il coming out, insomma, diversamente da come ce lo rappresentano, può essere pensato come un’esperienza in divenire che si affronta nel tempo e che si evolve di pari passo con l’evolversi dell’individuo.

COMING OUT COL PROPRIO ESSERE

Ma poi: è davvero necessario farlo? O meglio: il coming out è tale ed è valido solo in quanto dialogo e confronto con l’altr*? Media, comunità frocia e, in generale, il contesto in cui viviamo tendono, per certi versi, a renderlo una tappa obbligatoria per la persona LGBTQIA+.
Non dobbiamo scordare che il coming out è, innanzitutto, un percorso di apprendimento di sé, una sorta di confronto con lo specchio e, come tale, si esplicita in un momento di auto-riconoscimento.

Potremmo definirlo “coming out con il proprio essere“: solo noi, infatti, riusciamo a comprendere chi siamo nella nostra totalità e complessità mentre diventa difficile tradurre la nostra specificità per altre persone. In questo senso, quindi, l’auto-riconoscimento è un primo passo che ha validità come presa di coscienza dell’individuo e non solo in funzione del rapporto con l’altr* e della sua eventuale accettazione e approvazione.

CONFRONTARSI CON L’ALTR*

Il senso del coming out come confronto sé/altr* rimane, comunque, uno dei nodi più cruciali: uno dei maggiori timori è legato al fatto che non si tratta di un monologo registrato passivamente dall’interlocut*, ma di uno scambio, di un confronto, dagli esiti incerti e non sempre positivi o non conformi alle nostre aspettative.

In alcuni casi chi fa coming out potrebbe percepirlo come un adattamento di sé a uso e consumo delle persone esterne: infatti già è difficile spiegarci nella nostra totalità, specificità e complessità, figuriamoci quando incontriamo occhi disinformati, appannati da stereotipi o quasi da una velatura di odio. O quando le persone cui ci rivolgiamo non capiscono o non sono preparate per comprendere appieno i nostri contenuti.

È il caso – ma si può estendere a moltissime altre situazioni – dei coming out che dobbiamo affrontare quando le nostre identità di genere non viaggiano in parallelo col sesso biologico, soprattutto se questo genere supera il concetto di binarismo uomo/donna. Oppure quando siamo attratt* non tanto da un genere diverso dal nostro, quanto piuttosto da più generi, da nessuno in particolare o quando non proviamo nessun tipo di attrazione sessuale/romantica: possibilità che non sono neanche lontanamente prese in considerazione né minimamente conosciute dalla maggior parte delle persone con cui dobbiamo, bene o male, interagire.

Ci si ritrova, quindi, a ri-adattare una descrizione di sé più accettabile o più comprensibile col rischio di entrare in un loop di confusione o di subire una sorta di auto-etichettamento. Auto-etichettamento che, magari, vogliamo proprio evitare ed è il presupposto di partenza che ci ha fatto arrivare alla comprensione della nostra reale identità di persona. Auto-etichettamento che, insomma, può sul momento essere rassicurante, ma che non corrisponde alla nostra reale identità e che, di conseguenza, svuota il coming out del suo significare atto di libertà e di libera espressione di sé.

COSA SI PUÒ FARE?

In definitiva il coming out è un momento molto più complesso e strutturato di come i media ce lo dipingono: cosa si può fare, dunque? Come renderlo più gestibile, ma senza invalidare le nostre specificità?

Se il coming out è fondamentalmente scambio e dialogo – con sé o con l’altr* o entrambi poco importa – ciò significa che è anche un momento di conoscenza. Potremmo cominciare a leggerlo non tanto come esperienza circoscritta alla nostra sola individualità, ma come proiezione verso l’esterno di questa individualità. Potremmo, insomma, cominciare a guardarlo con l’occhio dell’altr*, ma di un altro che, fin ora, non abbiamo preso in considerazione: l’altr* che, a noi simile, coi nostri stessi dubbi, timori e aspettative, si pone ad affrontare la stessa esperienza.
Ecco, allora, che il coming out come momento di confronto e conoscenza diventa atto politico: mostrarsi, venire fuori, dichiararsi significa rendersi pubblici. È un atto pubblico.

Crea un precedente e traccia una sorta di sentiero che molti altri piedi calcheranno dopo di noi: confrontarsi con altre persone nella nostra stessa situazione è uno scambio istruttivo che prescinde dal “rivelarsi” e, soprattutto, prescinde dall’approvazione o dal consenso che persone terze possono o meno concederci. Riunirsi, condividere le proprie esperienze e scambiarsi suggerimenti crea comunità e fa sì che il coming outda esperienza del singolo singolo diventi atto politico collettivo e aiuti altre persone nella nostra stessa situazione a sentirsi amate, accolte e ascoltate. E solo come comunità possiamo smettere di aver paura, combattere l’odio con l’informazione e l’ignoranza con l’amore.
Il coming out, insomma, è atto politico: è attivismo.

Un essere umano non può sentirsi solo quando si ama abbastanza

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