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Qualche giorno fa ho beccato sulla bacheca Facebook di un’amica un test che si chiama “How Privileged Are Youpubblicato dal sito BuzzFeed. Si tratta di un quiz di auto-valutazione con risposte multiple da crocettare – ad esempio “sei uomo“, “non sei mai stata l’unica persona della tua etnia all’interno di una stanza“, “non hai mai vissuto sotto la soglia di povertà” eccetera. Alla fine si ottiene un punteggio che indica il livello di privilegio di chi ha risposto.

DISCRIMINAZIONE REALE E DISCRIMINAZIONE PERCEPITA

Tralasciando alcuni limiti del test 1 è chiaro che il suo intento sia, citando Cleveland Brown dei “Griffin“, quello di “migliorare ogni giorno un po’ di più“. Lo scopo del test, insomma, è quello di farci capire che al mondo esistono persone che vivono molto meglio di altre grazie a una serie di vantaggi economici e sociali. Il test insegna, dunque, i concetti di privilegio e persona privilegiata facendoci riflettere sul fatto che molt* di noi sono lo sono.
Se basta un banale quiz per farci rendere conto di essere persone avvantaggiate rispetto ad altre ciò significa che la nostra percezione del privilegio può cambiare col tempo – e, quindi, migliorare – grazie a nuovi strumenti con cui analizziamo noi stess*, la società e il contesto in cui viviamo. È possibile presupporre che esistano diversi gradi di “percezione” in base ai quali molte persone privilegiate non si rendono conto di esserlo: si potrebbe parlare, insomma, di privilegio reale e privilegio percepito.
Il concetto di “privilegio” è legato a doppio filo a quello di “discriminazione“: tanto più si è privilegiati tanto meno si è discriminati e viceversa. Chi vive il privilegio lo fa grazie al fatto che qualcun altro viene discriminato. Esistono, però, moltissimi casi di persone che credono di vivere situazioni di disparità che non esistono e altri in cui la disparità c’è, ma non viene riconosciuta o viene estremamente sottovalutata. Possiamo, dunque, parlare anche di “discriminazione reale” e “discriminazione percepita“.
Qualche giorno fa in un gruppo Facebook a tema ho trovato un sondaggio in cui veniva chiesto di votare le situazioni in cui si era stat* vittime di transfobia – in famiglia, a scuola, sui mezzi pubblici, al lavoro eccetera. Mi sono chiesto:

Come faccio a capire di essere vittima di discriminazione?
Come posso valutare se tali discriminazioni siano più o meno gravi rispetto ad altre esperienze che ho avuto o che hanno avuto altre persone?

Sono sicuro che se ponessimo a un campione di donne la domanda:

“Quanto sei discriminata in base al tuo genere nelle situazioni x”

una buona percentuale risponderebbe: “poco” o “per nulla”. Questo perché una buona fetta di donne non possiede gli strumenti e, di conseguenza, la percezione di vivere una situazione di disparità rispetto alle persone di genere maschile.
Prendiamo l’esempio banale dei lavori domestici: un mio conoscente – ma non è il solo a pensarla così – ha asserito che a casa sua vengano svolti in maniera equa perché suo padre “a volte apparecchia pure da solo“. Il gesto di apparecchiare la tavola – addirittura! – mentre la mamma fa tutto il resto vissuto e descritto come “equa condivisione del lavoro” costituisce chiaramente una concezione molto distorta della situazione, così come è concepito in maniera distorta il livello di discriminazione cui la madre è sottoposta: madre e familiari credono di vivere in casa una situazione di parità che in realtà non esiste. Spesso in famiglia la percezione del privilegio da parte di chi lo esercita è tanto più distorta quanto più è distorta la percezione della discriminazione da parte di la subisce. Insomma, è un mostro che si auto-alimenta.

MISGENDERING E DEADNAMING

Il discorso su discriminazione percepita e percezione distorta della discriminazione si applica molto bene al concetto di identità di genere e alle esperienze vissute dalle persone T+: molte hanno spesso il dubbio – espresso in maniera più o meno esplicita, talvolta all’interno di gruppi di confronto fisici e virtuali – di avere una visione esagerata e distorta degli atti di transfobia che subiscono.
Due esempi lampanti sono quelli del misgendering e del deadnaming che coinvolgono soprattutto persone non binarie, pre-t e non medicalizzate o chi è agli inizi del proprio percorso: soggetti, insomma, che “non passano” appieno come appartenenti al genere maschile oppure femminile o la cui espressione di genere non è conforme a questo binarismo.
Quando richiediamo l’uso di uno o più nomi specifici e l’uso di uno o più generi specifici spesso questa richiesta viene disattesa e tale disattenzione dovrebbe quantomeno essere percepita come mancanza di rispetto. Se il mio amico Filippo mi chiede di non essere chiamato “Pippo” e io lo chiamo così ugualmente gli sto mancando di rispetto, credo che sia una persona di poco conto, di poco valore – o quantomeno di valore inferiore al mio – e ritengo la cosa poco importante al punto da non subire ripercussioni: chiunque sarà d’accordo con me nel dire che questo è un comportamento sbagliato, irrispettoso e ineducato. Nessuno lo metterebbe in discussione eppure ciò avviene puntualmente quando si tratta di misgendering e deadnaming: in questi casi ecco che cominciano a emergere pareri discordanti e una pioggia di “se” e di “ma”.
Ecco che cominciamo a chiederci se le nostre reazioni negative non siano “eccessive”, “esagerate” o “fuori luogo”, se non sia il caso di essere più pazienti e meno “rigidi”. Tali richieste spesso ci arrivano anche e soprattutto dal mondo cis-etero e noi le introiettiamo e poi ripetiamo a noi stess* e a persone nella nostra stessa situazione. Ecco allora che quando al supermercato chiedo di essere nominato al maschile e non lo fanno e mi incazzo sto esagerando, magari non avevano capito, devo avere pazienza, non conoscono, mi devo sforzare di essere più elastico, sono isterico, sono eccessivo, esagero.

LA DISCRIMINAZIONE SOTTILE

Credo che la causa – o almeno una delle cause – della percezione distorta della transfobia sia da cercarsi proprio nelle strutture culturali cis-etero-patriarcali. Noi siamo cresciut* in una società cis-etero-patriarcale, siamo intris* dei suoi principi, delle sue strutture e dei suoi punti di riferimento: anche se smantelliamo e ricostituiamo i nostri riferimenti culturali alcune di queste strutture queste continuano a essere la nostra lente per osservare il mondo che ci circonda e noi stess* allo specchio.
La concezione media del concetto di “discriminazione” nei confronti delle persone transgender o, più in generale, delle persone LGBTQIA+, consiste in situazioni violente, estreme ed eclatanti di cui, tendenzialmente, si sente parlare nei media generalisti:

“Torino, svastiche contro la coppia lesbica: costretta alla videosorveglianza”
“«Fr… te do fuoco a te e alla macchina», aggredita coppia gay”
“Trans ucciso (sic!) e ritrovato decomposto in un giardino”
“Orrore nel vesuviano, Salvatore a 20 anni cacciato di casa perché gay: vivo in un sottoscala”

I casi come quelli menzionati qui sopra sono estremamente frequenti e in questi giorni salgono anche più facilmente alla ribalta perché si sta discutendo della famosa legge contro le discriminazioni in base a genere e orientamento – o legge sull’omobitransfobia, come la definiscono i più. Sono pressoché gli unici argomenti che vengono affrontati quando si parla di discriminazione nei confronti delle persone LGBTQIA+ e sono anche quelli a cui noi subito pensiamo quando sentiamo parole come “transfobia”, “omofobia”, “emarginazione” eccetera: situazioni eclatanti e violente con cazzotti, minacce, coltellate, scritte sui muri e persone che vagano senza dimora per le strade.
E certo. Perché casi come questi fanno più notizia, scandalizzano maggiormente il “pubblico a casa” – di solito cis-etero – e vendono di più.
Se titoli di questo tipo sono molto frequenti, ben più difficile, invece, è trovarne di questo:

“Francesco, FtM non riesce a trovare lavoro: non ho ancora i documenti rettificati e non mi assumono.”
“Paola, donna trans di 42 anni, muore da sola nel suo appartamento: era alcolista e tossicodipendente.”
“Scappa di casa a ventun’anni anni e si prostituisce: i genitori lo obbligavano a sottoporsi a terapie di riparazione.”
“Ragazzo non-binary finisce in ospedale in crisi di astinenza da psicofarmaci.”

Questi titoli, come avrete intuito, me li sono inventati io, ma corrispondono a una triste realtà: parlano di alcuni dei problemi che le persone transgender affrontano ogni giorno e che certamente non fanno notizia come sgozzamenti e pestaggi, ma che esistono e le cui conseguenze sono perlopiù ignorate anche dalla nostra stessa comunità.
Ovviamente non sto sostenendo che il misgendering o il fatto di non essere accettat* al lavoro sia peggio che essere uccis* o pres* a pugni per le scale come è successo qualche giorno fa a Napoli come potete leggere qui – e ci mancherebbe altro. Bisogna, però, riconoscere che esistono forme di “discriminazione sottile” le cui conseguenze a lungo termine possono essere altrettanto gravi e di cui non sempre percepiamo la reale gravità perché abituat* ad associare a questo concetto i soli fatti eclatanti proposti dai media. Insomma, non solo la discriminazione arriva dalle persone cis-etero, ma la società cis-etero ci inculca anche cosa noi dovremmo percepire o no come discriminatorio.

DALLA DIMENSIONE SOCIALE A QUELLA PERSONALE

La discriminazione sottile 2, quindi, è molto frequente, ma poco percepita o percepita come “poco grave”. Eppure le conseguenze SONO molte e deleterie, soprattutto se prolungate nel tempo: problemi psicologici, depressione, isolamento e auto-isolamento sociale, autolesionismo, suicidio, dipendenze da alcol, droghe e psicofarmaci, disturbi alimentari, problemi familiari, salute precaria eccetera.
La società tradizionale spesso cerca di convincerci che sia in qualche modo “causa nostra” se ci accadono queste cose: siamo, quindi, noi che dobbiamo andare dallo psicologo e “farci aiutare” come se la causa dei nostri problemi fossimo noi stess* e non le persone che ci circondano e ci considerano e trattano come munnezza. Una volta passati per lo psicologo o altre forme surrogate di “aiuto”, però, per quanto noi possiamo esserci dotati degli strumenti adatti per gestire meglio la situazione il problema continua a rimanere lì: dove ti discriminavano prima continuano a discriminarti anche adesso!
Nella società odierna dove veniamo martellati da concetti come “combattere”, “vincere” 3, e “persona di successo” che si realizzano solo con la “forza” e la “buona volontà”, non riuscire a inserirsi in una società normativa come persona “fuori dalla norma” – e, quindi, “perdere” e “fallire” – ci viene proposto in maniera colpevolizzante. E con senso di colpa finiamo poi per viverlo noi stess*: non hai usato abbastanza creatività, non ce l’hai fatta, non ci hai messo abbastanza impegno. Insomma è tua totale responsabilità perché non sei dotato di super-poteri per gestire le discriminazione con uno schiocco di dita.

LA DISFORIA: DALLA SFERA SOCIALE A QUELLA PERSONALE

Un esempio lampante di questo meccanismo è il rapporto delle persone transgender col concetto di “disforia” un “disturbo” – così è stato per molto tempo definito – che quasi tutte le persone T devono affrontare e di cui io non soffro. Oppure no?
Le persone trans che non sono io hanno davvero la disforia? È davvero questa a causare sofferenza e disagio oppure questo termine è, di nuovo, un surrogato che ci viene propinato dall’esterno in modo da obbligarci a risolverci i nostri cazzi da sol* de-responsabilizzando le persone cis-etero privilegiate che ci discriminano in modo più o meno sottile?
Propongo di ripristinare la definizione di “disturbo” quando si parla di disforia perché essa, in effetti, “disturba”: ma chi ne è veramente disturbato? La donna transgender perché non ha un aspetto sufficientemente femminile o il passante che la guarda male perché è urtato dal vedere “un uomo con le tette”?
È ovvio che esiste un disagio fisico oggettivo in molte persone T+ rispetto a parti del corpo non congruenti con la propria identità, ma credo che sia necessario riflettere un attimo sull’uso che facciamo di questo termine. È un “disturbo” anche perché, de facto, è così che l’identità di genere “non conforme” viene considerata da pressoché tutti i centri di transizione, dalle istituzioni e dallo Stato, dalla medicina, dalla psichiatria: come un disturbo, una patologia, un problema da risolvere. E, infatti, è proprio una diagnosi di disforia l’unico modo per dare via all’iter di transizione medica e legale in questo Paese 4.
Escludendo specifici contesti da addetti ai lavori raramente viene preso in considerazione il fatto che il “disturbo” che la persona T prova in quanto tale sia causato da un contesto sociale impreparato e transfobico non dalle identità transgender in sé che, difatti, non dovrebbe costituire di per sé un problema. Il fatto che non sia la persona transgender a dover affrontare cambiamenti della sua sfera personale, ma la società – e anche le sue strutture come scuola, sanità, lavoro eccetera – non viene quasi mai messo in discussione: si assiste, insomma, a una cancellazione del problema attraverso lo spostamento del medesimo dalla sfera sociale, pubblica e politica – è una questione che riguarda tutta la comunità e le sue strutture – a quella personale – sono cazzi tuoi, risolviteli da solo.
Anche questo passaggio non è nostra invenzione, ma imposizione della società e della cultura cis-etero a cui, volente o nolente, dobbiamo adattarci ed è una delle peggiori forme di discriminazione sottile che noi transgender dobbiamo sobbarcarci per tutta la vita.

CONTRATTAZIONE E COMPROMESSO

Arriva, poi, un momento in cui ci illudiamo che esista un modo per aggirare questo problema e subire meno discriminazioni e meno transfobia: il compromesso.
Uno dei problemi principali che affliggono la comunità transgender è quello del lavoro, che userò qui come esempio.
Innanzitutto è difficile trovarlo – lo è anche se sei cis-etero, figuriamoci se non lo sei – presentando documenti difformi dall’aspetto e dalla propria identità di genere oppure presentandosi come persona out: il datore o la datrice di lavoro storcono il naso e non tanto per bigottismo, quanto perché non hanno voglia di stare appresso a quelli che sono percepiti come “problemi” personali – quindi un “disturbo” – che possono causare discussioni, perdite di tempo e di soldi. Chi ci dà lavoro non ha voglia di stare dietro a noi che discutiamo con la collega o col cliente perché ci ha misgenderato o è infastidito dalla sola nostra presenza, quindi tanto vale assumere qualcun altro, tanto la domanda è più che elevata. Il lavoro, poi, è difficile mantenerlo per le stesse ragioni di cui sopra, per cui sia chi lo cerca che chi già lo ha vive la medesima condizione di disagio.
È proprio a questo punto che scatta l’orrendo meccanismo ricattatorio della contrattazione: laddove il lavoro è una necessità – ma questo è solo un esempio che potremmo applicare a centinaia di altri ambiti “necessari” come lo stare in famiglia, la ricerca di una casa, il rapporto col* partner, le amicizie e via dicendo, insomma, situazioni quotidiane – per ottenerlo dobbiamo contrattare:

“Ti do il lavoro, ma devi avere un aspetto maschile.”
“Ti do il lavoro, ma finché hai i documenti al femminile devi presentarti al femminile.”
“Puoi continuare a lavorare, ma finché non hai i documenti giusti devi continuare a farti chiamare al femminile e col nome anagrafico.”

Potrei andare avanti all’infinito, ma mi fermo qui. Nella maggior parte dei casi non si arriva nemmeno a questo punto: è sufficiente non rinnovare il contratto o non assumere senza dover dare giustificazioni. Ed è perfettamente legale e socialmente approvato.
Se, invece, vi è andata bene e il lavoro lo avete ottenuto oppure già lo avevate in precedenza alla contrattazione segue il compromesso ovvero tu ottieni ciò che vuoi, ma devi dare qualcosa in cambio, devi cedere su un qualche punto: hai il lavoro, ma “cedi”, ad esempio, sui pronomi e sul nome.
Almeno così è come ci viene spacciata, sempre facendo leva sulla “comprensione” che noi dovremmo avere e sul fatto che non possiamo “pretendere” troppo: in fondo è un nostro problema personale. Ma è davvero così? Esiste la contrattazione tra più parti quando tali parti sono allo stesso livello e partecipano in modo paritario alla contrattazione e al compromesso: entrambe ottengono ed entrambe rinunciano a qualcosa. La situazione di cui sopra, come il 99% di tutte le situazioni sociali che noi transgender viviamo, invece, non è affatto paritaria. Non è un compromesso, è un ricatto, una trappola da cui è impossibile uscire: il lavoro ci serve e ci spetterebbe di diritto a prescindere, ma per ottenerlo dobbiamo rinunciare a una parte della nostra identità, al nostro nome, a mostrarci per chi realmente siamo, vivendo una vita monca e fasulla. Insomma o il lavoro per mangiare oppure la nostra identità e integrità di persone: in questo non c’è nulla di paritario, ma c’è solo discriminazione. Nemmeno troppo sottile.

NON BINARISMO

Questo inghippo è proprio ben architettato ed è una delle più forti e sottili forme di violenza esercitate da chi ha un privilegio – nel nostro esempio il datore di lavoro cisgender – verso chi non ce l’ha: è una forma di sfruttamento in cui per essere sfruttati meglio dobbiamo rinunciare a noi stess*.
Le persone non binarie e quelle non medicalizzate nello specifico vivono queste forme di discriminazione sottile in maniera ancora più intensa quando viene chiesto loro di scegliere:

“Ti do il lavoro e non ho nulla contro le persone trans, ma devi avere i documenti o quantomeno l’aspetto conforme a uno dei due generi.”

Contestare questa richiesta ci fa apparire come persone capricciose, viziate e con poco spirito di adattamento quando, in realtà, la nostra identità di genere multiforme e variegata è una delle nostre qualità più preziose e importanti, fa parte di noi, non possiamo certo spelarcela via da dosso. Accettare compromessi assurdi e unilaterali crea auto-dissociazione, senso di colpa, ansia, estraniamento dalla vita sociale ed ecco, quindi, le conseguenze “poco gravi” della discriminazione sottile scarsamente percepita di cui sopra. E di certo non è la disforia a causare tutte queste belle cose.

LEGGE CONTRO L’OMOBITRANSFOBIA

Non sarà certo la sola legge contro l’omobitransfobia – per quanto fondamentale per tutelare la comunità LGBTQIA+ – a difenderci da tutto questo. La politica dei diritti di cui l’attivismo si è nutrito in maniera pressoché esclusiva negli ultimi anni e mesi è sicuramente importante, ma non può bastare da sola: ci può in parte difendere dalle discriminazioni evidenti e percepite – insulti, minacce, botte, omicidi e via dicendo – prevedendo un’aggravante, ma non di certo dalle forme di discriminazioni più sottili che spesso nemmeno noi stess* riusciamo a percepire come tali.
Non è mio personale interesse ottenere documenti, tutele speciali o altri zuccherini da una società i cui cardini e (dis)valori io contesto anche e soprattutto attraverso la mia identità di genere. Non è mio interesse farmi “accettare” dalla società, quanto, piuttosto, modificare i principi distorti su cui si fonda. Perché il non binarismo è esso stesso attivismo rivoluzionario, il resto mero meretricio.


1  Uno è sicuramente il fatto che sia concepito per un pubblico americano e, infatti, parla di “debito universitario” o specifiche istituzioni statunitensi con cui, chi non vive o ha vissuto negli U.S.A., sicuramente non ha mai avuto a che fare.
2  Nella mia beata ignoranza ho scoperto pochi giorni fa che tutto il discorso che riguarda ai concetti di “discriminazione reale”, “discriminazione percepita” e “discriminazione sottile” è abbastanza assimilabile alla “teoria delle microaggressioni” elaborata da Charles Sanders Peirce.
3  Queste espressioni sono state usate anche in questi mesi a proposito di coronavirus e sono addirittura utilizzate in modo molto frequente quando si parla di cancro: “lottare contro il cancro”, “ha vinto il cancro”, “ha affrontato una battaglia contro il cancro”, “è una vera guerriera”, “il cancro è un nemico invisibile” eccetera.
4  Ovviamente si possono assumere ormoni e fare operazioni anche senza questa trafila, ma è molto più difficile, costoso e spesso ai limiti della legalità.

Natura e finalità del blog

Il blog del gruppo torinese Fuori dai binari raccoglie articoli di tipo informativo e divulgativo su temi inerenti alla comunità trans e GLBT+ e, in particolare, alla comunità non binaria. I contenuti qui presenti sono redatti dal* componenti del gruppo Fuori dai binari e, occasionalmente, da amic* GLBT+, trans e trans non-binary non appartenenti al nostro gruppo.
Come prevede la legge numero 62 del 7 Marzo 2001, ti informiamo che il blog di Fuori dai binari non è e non rappresenta una testata giornalistica e non è, quindi, da considerarsi un prodotto editoriale.
I contenuti del nostro blog sono distribuiti gratuitamente e senza fini di lucro. Per maggiori informazioni leggi la nostra informativa estesa.

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