Maschio e femmina li creò
Maschio e femmina li creò

Oggi voglio proporvi una mia lettura del documento redatto dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica della Santa Sede e pubblicato Lunedì 10 giugno.
Un documento che si rivolge a insegnanti e a figure formative cattoliche, prima di tutto, poiché, stando al testo “È sempre più diffusa la consapevolezza che ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza educativa”. E devo dire che mi trovo ampiamente d’accordo: la nostra è veramente un’emergenza. Ci troviamo in un momento critico in merito alla questione dell’autodeterminazione delle nostre persone, sia per quanto concerne la gestione dei nostri corpi – mi riferisco al dibattito attorno alla legge 194, che concerne corpi trans tanto quanto corpi cis, ma non solo – che per quanto riguarda il nostro modo di sentire e vivere la sessualità, le relazioni; che dico: si tratta in pratica del nostro modo di vivere.
Il documento pretende di riportare una storia dell’“ideologia gender”, che, secondo *l* autor* del testo, “nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna” e “svuota la base antropologica della famiglia”. Ora, se si fa uso correttamente dei termini da loro impiegati si potrà notare la falsità di tali affermazioni, in quanto la differenza naturale – ovvero biologica – fra uomo e donna non viene affatto negata dai teorici queer; semmai viene espansa, includendo nell’equazione tutte quelle realtà non conformi al dualismo binario che non esiste in natura. Inoltre, le concezioni di uomo, donna e famiglia che sono note ai più in questa società e in questo secolo sono state costruite da millenni di cultura occidentale e sono andate a comporre quella “base antropologica” tanto cara ai sostenitori della famiglia tradizionale. Ma, attenzione: l’ambito dell’antropologia qui intesa non concerne la natura, bensì la cultura – e quindi anche la cultura, il vissuto, di tutte quelle realtà che si vogliono mettere a tacere con il pretesto di un credo religioso (cultura anche quello, AH!) e accorati appelli alla “retta ragione”; non è forse più corretto dire, allora, che la “base antropologica” venga arricchita dalla diversità, anziché svuotata? Un mare di differenze che parte da persone reali – e non una mera teoria – che giornalmente vengono discriminate, svilite, delle categorizzazioni gettate su di loro con disprezzo da chi si crede più uman*, più giusto, dall’alto di una superiorità assegnata da privilegi che conserva avidamente. Perché alla fine è di questo che si tratta: mascherato attraverso l’uso accattivante di belle parole quali “ascoltare”, “punti di incontro”, “ragionare”, “proporre”, si cela paura, paura del diverso, di ciò che non è incasellabile nelle categorie che tanto faticosamente sono state costruite.
Mi chiedo solo quanto ancora ci vorrà per poter essere liberi di essere, in tutte le nostre sfumature, sfaccettature e particolarità.

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