Fuori dai binari Torino - Sono abbastanza trans?
Fuori dai binari Torino - Sono abbastanza trans?

Quando si pensa a una persona trans viene subito in mente chi nasce nel corpo sbagliato e vuole cambiarlo per arrivare ad avere un corpo giusto. Ma mentre questo è vero per alcune persone non lo è per tutt*. Eppure quella del corpo sbagliato viene spesso vista come unica realtà possibile.

SONO ABBASTANZA TRANS SE NON SONO TRANS A MODO LORO?

Quando non ci si rispecchia in quello che viene venduto come unico modo di essere trans è difficile non sentirsi come degli/delle impostori/e. L’aver avuto questa narrativa come unica possibile per tanti anni influenza il percorso di scoperta di sé delle persone.
D’altronde anche le definizioni mediche spesso indicano la disforia di genere come un “sentirsi maschio o femmina” (per fortuna ultimamente la definizione è cambiata, arrivando a includere possibilità non binarie) senza la possibilità di sindacare sul cosa voglia dire “sentirsi di un determinato sesso” e avendo come unico modello finale un corpo cisgender. L’unico corpo giusto possibile, secondo la società etero e cis-normata.
La verità è che qualsiasi persona a cui sia stato assegnato un genere diverso, anche solo in parte, da quello reale è abbastanza trans.
Il motivo per cui le uniche possibilità di transizione in Italia sono state e continuano a essere quelle che vedono il corpo cis come unico traguardo possibile è che è prevalsa la narrativa più facile da accettare: quella di una persona trans che non si riconosce nel proprio sesso e vuole essere del cosiddetto sesso opposto.
Ovviamente ciò non è così per tutt* e non vuol dire che qualsiasi altra opzione sia assurda, visionaria o psicotica.

DEVO ODIARE I PEZZI DEL MIO CORPO DI CUI MI VOGLIO LIBERARE?

Quando mi trovo a pensare alla mia transizione questo mi confonde.
Mi guardo allo specchio e mi accorgo di quanto mi dia fastidio avere un seno e come mi senta meglio quando lo comprimo con un binder. Non direi che lo odio o che è qualcosa di orribile che non riesco a guardare, ma mi infastidisce e vorrei disfarmene. Pensare e fingere di non averlo mi fa sentire meglio.
Però, quando lo vedo come un seno e non il mio seno, mi piace. Quando lo immagino su un’altra persona lo trovo accettabile.
Come posso andare al centro di transizione e chiedere una mastectomia se l’odio e il rigetto non sono gli unici sentimenti che provo per quel che ho sul petto?
Mi sento ipocrita.
E un impostore.

AVERE UNA SOLA NARRATIVA CONSIDERATA REALE E GIUSTA CI CONDIZIONA

Quando sono riuscito ad articolare per la prima volta che forse provavo fastidio verso il mio seno, l’ho fatto dopo mesi in cui inconsapevolmente ero più felice a vedere un petto piatto.
E c’è voluto ancora un altro po’ per ammettere che quel fastidio aveva tutto il diritto di chiamarsi disforia di genere. Per molto tempo infatti ho pensato che okay, mi dava fastidio, ma non era abbastanza per fare qualcosa al riguardo, che fosse anche solo comprare un binder.
Dopo ho finalmente capito quanto fosse ridicolo chiedersi se quel disagio fosse abbastanza grande da essere definito tale mi sono sentito meglio, più legittimato a esistere.
L’avere un’unica narrativa porta a interiorizzarla come unica valida e reale. Tutto ciò porta a sminuire e ignorare i propri sentimenti di fastidio, rimandando il momento in cui si può agire per trattare e, si spera eliminare, questo fastidio.
Direi mai questo a chi deve giudicare la mia disforia di genere?
Oltre i dubbi personali sul mio percorso che questi sentimenti (solo all’apparenza considerati contrastanti) mi suscitano, il problema si concretizza parecchio quando sono al centro di transizione a espiare quei sei e più mesi di diagnosi con uno psicologo.
Troverei poco saggio, se non fatale, dirgli quanto in realtà mi piacciano le mie tette. Sono già non-binary e quindi un’anomalia nei centri di transizione (secondo quel che so): rivelare che non provo soltanto disgusto nel guardare quelle parti che vorrei rimuovere potrebbe essere “un po’ troppo”.
I miei sentimenti di fastidio potrebbero essere un po’ troppo poco per autorizzarmi a fare effettivamente qualcosa come un intervento chirurgico, se poi quelle stesse parti di cui voglio disfarmi mi piacciono. O no?
Non importa, quindi, quanto io sia sicuro che mi piacerebbe avere un petto piatto, o quante ore al giorno passi comprimendomi il seno o ignorandolo attraverso felpe enormi, ho paura che se è presente anche una minima traccia di sentimento positivo nei confronti del mio seno tutto il resto possa scomparire e io possa perdere la mia possibilità di dimostrare che sono “abbastanza trans” per avere il lascia-passare.

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